IL DODEKAETHLOS: ERCOLE E LE SUE FATICHE – prima parte

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Ercole, Eracle, Herakles, Hercle, il popolare eroe greco, semidio, figlio di Alcmena e Zeus, venerato da tutte le popolazioni dell’antichità, riassume tutte le aspirazioni dell’uomo verso i nobili canoni di un essere vivente, dalla giustizia al coraggio, ma anche verso il perpetuo desiderio di superare la fine della propria vita.

In questo e nei prossimi articoli su Ercole, non scriverò delle sue origino, della sua tumultuosa vita, delle varie rappresentazioni nelle varie culture, scriverò delle sue dodici fatiche, il Dodekàethlos e, ovviamente, le rappresentazioni artistiche di questi mitici episodi.

Buona lettura.


Eracle contro il leone. Alle sue spalle Atena e, dietro il leone, la ninfa Nemea. Cratere apulo, pittore della Danzatrice di Berlino, 440-420 a.C., da S. Agata dei Goti (BN)

La I fatica, il Leone di Nemea. Il Leone di Nemea fu figlio di Ortro (il cane custode delle mandrie di Gerione, X fatica) e di Echidna (mostro mitologico con corpo di donna e gambe a forma di corpo di serpente; Echidna fu anche la madre di Ortro, generato con Tifone). Il Leone di Nemea fu anche il fratello della Sfinge, il mostro con volto di donna e corpo di leone alato che uccideva tutti coloro che non rispondevano ai suoi enigmi.

Secondo la tradizione mitologica, il Leone sembra sia stato allevato da Era stessa o, meglio Selene, la dea della Luna, che poi avrebbe prestato la bestia a Era per compiere il suo disegno contro Ercole. Era lo condusse presso la città di Nemea, nella regione dell’Argolide (Grecia), in una caverna dalla doppia uscita. Qui avrebbe devastato villaggi, divorato esseri umani e animali.

Ercole decise di affrontare il leone per mettere fine a queste stragi. Quando lo incontrò, inizialmente lo colpì, invano, con le frecce del suo arco ma resosi conto dell’invulnerabilità dell’animale, lo minacciò con la sua clava, costringendolo a ritirarsi nella grotta. Ercole, dopo esservi entrato, ne ostruì gli ingressi e affrontò la bestia a mani nude: lo afferrò per la gola e lo soffocò! Scuoiò l’animale e ne utilizzò la testa come copricapo, restando perplesso sull’uso della pelle, invulnerabile a ferro e fuoco.

Gli venne l’idea di tagliarla con gli artigli del leone stesso riuscendo a confezionare una sorta di mantello, la celebre leontè, che, in seguito, lo proteggerà da tanti pericoli.

Ercole tornò a Micene per portare le spoglie del leone al re Euristeo (quel sovrano, cugino di Ercole, istigato da Era, che impose le fatica all’eroe), ma questi si spaventò per la forza spaventosa dimostrata dal cugino nell’impresa e gli impose di non entrare in città. A ricordo dell’impresa, Zeus sembra che abbia posto il leone tra le costellazioni del cielo.

Ercole, con la sua leontè, contro l’idra. Kylix attica, pittore di Lysippides o Andokides. 530-510 a.C., da Vulci

La II fatica, l’Idra di Lerna. L’idra fu generalmente rappresentata come un enorme serpente a più teste, da cinque a cento, a seconda degli autori dei racconti mitologici. La bestia avrebbe avuto un problema di alitosi: l’alito pestilenziale che usciva dalle sua gola era talmente terribile che se qualcuno le si avvicinava durante il suo sonno, ne sarebbe restato colpito a morte!

Anche l’idra fu allevata da Era con lo scopo di combattere Ercole durante una delle sue fatiche. Anche l’idra attaccava la popolazione locale, depredando raccolti e armenti e per questo motivo, Euristeo incaricò Ercole di ucciderla.

Secondo la tradizione, Ercole l’avrebbe uccisa con delle frecce infiammate; un’altra versione indica che l’eroe gli recise le teste con l’arpé, la sua sciabola corta. All’impresa prese parte anche suo nipote Iolao, suo provvido aiutante. Questi, infatti, utilizzando dei tizzoni ardenti, ottenuti dall’incendio di una vicina foresta, bruciò le ferite che Ercole procurò alla bestia ogni volta che gli recise una delle teste, impedendone la ricrescita. La testa centrale, ritenuta immortale, venne recisa da Ercole, sotterrate e coperta da un enorme macigno.

L’uccisione dell’idra di Lerna (una palude dell’Argolide) venne resa più difficoltosa dalla presenza di un gigantesco granchio, Càrcino, sempre inviato dalla cara Era, il quale riuscì anche a mordere Ercole a un tallone prima di essere irrimediabilmente schiacciato dall’eroe. Abbattutto il mostro, Ercole intinse la punta delle sue frecce nel sangue avvelenato del granchio, rendendole armi micidiali (usate nella V fatica contro gli uccelli del lago di Stinfalo).

Nel celebre testo antico Biblioteca, un’ampia raccolta di leggende tradizionali appartenenti alla mitologia greca e all’epica eroica del II sec. d.C., attribuito inizialmente ad Apollodoro di Atene, ma in seguito il suo autore è convenzionalmente indicato con il nome di Pseudo-Apollodoro, Euriseo non accettò di annoverare questa fatica tra le dieci (il numero indicato nell’opera) inizialmente commissionate a Ercole, proprio perché si fece aiutare da Iolao.

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Daniele Mancini

Per ulteriori info: Stefano De Caro (a cura di), Ercole. L’eroe, il mito, Milano 2001

 

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