Archeologicando attorno a Troia…

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La scoperta della mitologica città non prescinde dal raccontare di un certo Heinrich Schliemann, a ben dire, il primo archeologo della modernità. Da bimbo intraprese, con profitto, studi del latino ma alla prima giovinezza abbandonò gli studi e, da garzone, si avviò verso una florida carriera commerciale che lo portò in giro per il mondo e ad accumulare notevoli ricchezze. Al culmine del suo successo, abbandonò gli affari e si dedicò allo studio dell’archeologia. Perché? I suoi scopi erano di convincere tutti dell’esistenza di Troia, gettare le basi della conoscenza della civiltà egea, allargando gli orizzonti dell’archeologia, ricostruire il quadro generale di una civiltà considerata primitiva!

Troia! L’antica città di Troia era generalmente riconosciuta, fino a metà ‘800, in un villaggio turco di nome Burnarbaschi. Schliemann, grazie soprattutto all’Iliade di Omero, la cercò più a nord, sulla collina di Hissarlik (circa 50 mt sul livello del mare, di lato alla valle del fiume Scamandro e a circa 5 km dalla costa egea e dal controllato stretto dei Dardanelli).

Nel 1870 il tedesco iniziò la sua campagna di scavi operando su un fianco della collina di Hissarlik, dalla metà della sua altezza verso il basso, pensando che la Troia omerica si trovasse in quel punto! Ma questa fu edificata in uno strato molto più in alto, spazzata via in età romana per far posto a parecchi edifici costruiti attorno a un tempio dedicato a Minerva iliaca. Ma quando rinvenne, nel secondo strato dal basso, tracce di incendio e, in un palazzo, un tesoro , non esitò a giudicare quanto rinvenuto come la Troia distrutta dai Greci e cantata da Omero.

Alla morte di Schliemann, nel 1891, le ricerche continuarono fino al 1897 con uguale entusiasmo ma con migliori metodologie di scavo per merito dell’archeologo tedesco Wilhelm Dorpfeld; questi riconobbe i nove differenti insediamenti, sovrapposti l’uno all’altro, qui di seguito descritti.

Troia I: il primo insediamento appartiene al periodo Neolitico (prima metà del III millennio a.C.).

Troia II: lo strato omerico di Schliemann; mostra una cittadella con massicce mura di enormi blocchi di pietra, interrotte da porte. All’interno un’imponente costruzione adibita a palazzo con grande sala centrale (mégaron) e vestibolo, con deposito di merci preziose. Gli oggetti rinvenuti nella città (vasellame, armi, attrezzi in bronzo) indicano che Troia II fiorì nella seconda metà del II millennio a.C.

Troia III/IV/V: questi tre villaggi furono edificati nei cinque secoli successivi e sono di minor importanza storico/archeologica (ultimo quarto II millennio a.C.-XVIII sec. a.C.).

Troia VI: fu già idendentificata da Dorpfeld nel 1882, ma completamente scartata da Schliemann, è la Troia omerica! Molto più ampia di Troia II, con cinque cinte murarie composte da blocchi litici di grandi dimensioni e un perimetro di di oltre 500 metri, quattro porte, diverse torri difensive e diversi edifici con mégaron. La ceramica rinvenuta e la tipologia delle costruzioni pongono questa fase in piena età micenea (XVIII-XIII sec. a.C.) che precede, appunto, la composizione dei poemi omerici. Tracce di fuoco presenti pongono verosimilmente la fine della città intorno al periodo in cui fu fissata la caduta di Troia dallo storico e astronomo greco Eratostene, nel 1184 a.C.

Troia VII/VIII/IX: al di sopra della Troia omerica si possono individuare almeno altri tre insediamenti, quello del cosiddetto periodo balcanico/geometrico (XIII-X sec. a.C.), quello greco classico/ellenistico (per i sette secoli successivi), quello romano (fino alla caduta dell’impero).

Nel mezzo secolo successivo, dopo Dorpfeld, gli scavi su Hissarlik furono ripresi dagli archeologi americani e C. W. Blegen ne pubblicò i risultati tra il 1950 e il 1953. Questi studiosi riconobbero ulteriori strati, identificando la Troia omerica anche nel VIIa.

Questa, in estrema sintesi, è quanto emerso dagli scavi di una città sulla quale sono state scritte le principali opere letterarie dell’antichità e che hanno ispirato testi altre opere moderne di ogni genere.

« Cantami, o Diva, del Pelide Achille/ l’ira funesta che infiniti addusse/ lutti agli Achei, molte anzi tempo all’Orco/ generose travolse alme d’eroi,/ e di cani e d’augelli orrido pasto/ lor salme abbandonò (così di Giove/ l’alto consiglio s’adempia), da quando/ primamente disgiunse aspra contesa/ il re de’ Prodi Atride e il divo Achille” »
(Proemio dell’Iliade nella traduzione di Vincenzo Monti)

 

Daniele Mancini

 

 

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