ALLA SCOPERTA DI TEBE: I TEMPLI DI MILIONI DI ANNI! prima parte

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Riprendiamo con la scoperta del territorio tebano e dei suoi monumenti. I templi di milioni di anni, uno sguardo verso l’aldilà del Faraone. Buona lettura!


Le tombe dei re dovevano essere integrate dai rispettivi templi funerari per poter assolvere alle due funzioni che sono loro assegnate dalla tradizione, quella della custodia del corpo e quella della celebrazione dei riti dell’offerta.

Fin dai regni più antichi, questi simulacri, concepiti come contenitori dello spirito del monarca, erano alloggiati in sacelli all’interno di camere di culto incluse nei templi: enormi recinzioni di mattoni di fango contenenti aree cultuali venivano edificate per i re della I e della II Dinastia ad Abydos, mentre le tombe degli stessi regnanti erano localizzate più a sud-ovest, nel deserto. A questi primi templi di mattoni di fango si sostituirono i templi funerari situati di fronte alle piramidi dell’Antico e del Medio Regno. Nel Primo e nel Secondo Periodo Intermedio le stirpi regie venivano, invece, inumate a Tebe all’interno di tombe rupestri scavate nella roccia delle colline di Dra Abu el-Naga e di Deir el-Bahari. Le recinzioni pertinenti a tutti questi sovrani un tempo devono aver incluso un Tempio in Valle, una via d’accesso sopralevata, un tempio vero e proprio e una tomba[1].

memnone_2Tutti i re del Nuovo Regno come hanno la loro tomba nella Valle dei Re, così hanno avuto il loro tempio nella fascia fra la montagna occidentale – il “bell’Occidente“, come si chiama la dea che lo personifica – e la terra coltivata, quella, cioè, che veniva annualmente sommersa dalla piena estiva del Nilo. Alcuni di questi templi non sono più identificabili, altri sono andati distrutti e sono riconoscibili solo in pianta o per indizi, di altri non restano che parziali strutture[2]. L’ampio uso del mattone crudo per questi edifici è in parte responsabile di questo sfacelo; ma anche templi che debbono essere stati magnifici, per ragioni varie sono andati distrutti: basti ricordare che i due cosiddetti Colossi di Memnone, che per primi annunciano al turista odierno l’arrivo alla necropoli e che in antico, secondo quanto ci narrano e ci testimoniano i graffiti di illustri visitatori, salutavano, fino al dannoso restauro a opera di Settimio Severo nel 199 d.C., con un canto il sorgere dell’aurora, erano le due colossali immagini monolitiche di quarzite rossa qui portata dal Gebel Ahmar, presso il Cairo, a ornare la facciata del tempio funerario di Amenhotep III.

Questi templi “di milioni di anni”, come dovrebbero essere chiamati di regola, questi complessi cultuali funerari, sono anzitutto templi di Ammon, ognuno dotato di un proprio nome e che contiene quello del sovrano fondatore che vi ha preso residenza come “dio coinquilino”, come si sarebbe detto in età greca. Il tempio comportava dunque la fondamentale struttura che gli è tradizionalmente propria: pilone, cortile, ipostila, sacrario, nonché un lago sacro che è testimoniato quasi per tutti[3].

Il culto del dio era analogo a quello prestato nei templi normali; ma in certo modo egli assumeva in sé anche la personalità del re costruttore. In realtà in questi edifici funerari mancherebbe il luogo specifico per l’offerta al sovrano morto, che ne è il titolare. Invece, la particolare caratteristica di due complessi integrativi, annovera una struttura minore sulla sinistra di chi entri che è dedicata al re predecessore, e sulla destra un cortile, al cui centro è un grande altare tale da consumarvi sopra un olocausto, è dedicato a Ra, il dio solare per eccellenza[4].

Iniziamo con Deir el-Bahari. I re della XVII dinastia avevano avuto la loro tomba nella prossimità della valle dell’Asasif, di cui Deir el-Bahari costituiva il fondo: in questa valle, probabilmente, aveva avuto la sua tomba anche Amenhotep I. Questo luogo fu scelto per il suo monumento dalla regina Hatshepsut che ne affidò la costruzione al suo favorito Senenmut, come sappiamo dalle sue iscrizioni.

Deir-el-bahri
Deir-el-bahri, resti della chiesa copta, primi del ‘900

Nella zona sorgeva, a santificarla e a renderla ancora più illustre, il monumento di Mentuhotep, ma ne restava libera più della metà a nord e là fu impiantata la nuova costruzione che, insieme, riprende quella più antica e con lei gareggia. Anche qui il tempio si appoggia alla montagna e tende a inserirsi nel paesaggio roccioso, così da sottolineare con il ritmo delle sue colonne, lo scenario che gli fa da sfondo e da quinta e dei cui canaloni riprende l’andamento verticale. Interessante caratteristica del tempio è la presenza di una rampa di accesso preceduta da due file di gigantesche sfingi di arenaria dipinta. Nella sua seconda parte, fra la seconda e la terza terrazza, la rampa aveva una balaustrata su cui si snodava l’immagine di un lungo serpente che rizzava minacciosamente il capo all’ingresso, a guardia contro ciò che di impuro e dannoso potesse voler penetrare; una immagine di falco che gli sta sopra ha certo lo stesso valore apotropaico. Il terzo livello, su cui si organizzava il vero e proprio complesso templare, comprendeva un cortile circondato da un portico, che sulla destra, a nord, dava accesso al santuario solare, la corte ipetrale (cioè privo di copertura centrale, ndr) di Harakhte e, sulla sinistra, a sud, comunicava con il piccolo santuario per Thutmosis I, ridotto poi a chiesa in età copta. Al centro, di fronte all’ingresso, era il sacrario vero e proprio, che consta di due camere successive scavate nella roccia[5].

Questo complesso schema è reso mosso nelle sue parti da un insistente svilupparsi di portici sul fondo dei due cortili e sull’esterno dell’edificio del santuario che li sovrasta, come pure sul lato destro di chi guarda l’edificio. La trovata dell’architetto di Mentuhotep è qui potenziata nel moltiplicarsi e nell’approfondirsi dei pilastri, nel giocare più spesso e più intenso delle luci degli elementi portanti e nelle ombre delle aperture. Al fondo del portico meridionale del primo cortile si hanno scene rituali di vario genere con rilievi e figurazioni tradizionali in ambito templare e funerario. A livelli diversi, si tratta dei temi scelti al fine di celebrare le imprese straordinarie della regina, la sovrumana origine dell’efficacia e dell’efficienza del suo regno[6].

Al tempio di Hatshepsut propriamente detto e alle sue integrazioni organiche, il sacrario di Thutmosis I e quello solare di Harakhte, si aggiungono a nord e a sud della terrazza intermedia due altri santuari di assai minori proporzioni: il primo dedicato ad Anubi, il dio dei culti funerari, il secondo ad Hathor, la dea più propriamente connessa con l’Asasif. La cappella di Anubi si inserisce con organicità nel complesso generale: si innesta sull’angolo del portico di fondo determinandone un ampliamento che appoggia una colonnata alla parete nord; una sala ipostila sprofonda nella montagna, precedendo il sacrario di Anubi vero e proprio. All’altro capo della terrazza è la cappella di Hathor, tanto esclusa dalla sintassi generale quanto vi era inclusa quella di Anubi: in una serie di successivi ampliamenti a partire dalla camera di fondo, essa raggiunge una struttura definitiva che comporta una terrazza, con un accesso speciale costituito da un breve spazio davanti a quel che ne era la facciata. Dietro, in due successivi vani, un vestibolo e una sala ipostila affollano lo spazio con sostegni che sottolineano la funzione hathorica (colonne con una testa della dea). Il sacrario vero e proprio anche qui è scavato e sprofondato nella montagna, in grotta, come si conviene specificamente a questa dea che è spesso personificata nella rappresentazione come una giovenca emergente dalla costa rocciosa ad accogliere i morti che nella montagna appunto saranno ospitati come suoi protetti[7].

Il tempio di Hatshepsut a Deir-el-bahari, oggi
Il tempio di Hatshepsut a Deir-el-bahari, oggi

Il tempio di Hatshepsut ha avuto una storia complessa e ha subito le manomissioni connesse con la successiva esecrazione della memoria della sua fondatrice e poi delle immagini e del nome di Ammon sotto Akhenaton. I restauri ramessidi del tempio mostrano che esso era ancora attivo a quell’epoca. Ma in età tolemaica esso era ormai in disordine e parzialmente inaccessibile. Proprio allora il tempio doveva avere un rinnovo di vita e di importanza e Champollion ne spiega la ragione quando legge nei cartigli il nome di Tolomeo VIII Evergete II. A questo sovrano tolemaico si deve infatti una trasformazione del portico antistante al sacrario in un chiosco e un rimaneggiamento del sacrario lo ha ridotto a luogo di culto per due personaggi storici: Imhotep, l’architetto di Djoser a Saqqara, e Amenhotep figlio di Hapu, l’architetto di Amenhotep III a Tebe. Essi avevano raggiunto una divinizzazione e un culto popolare assai vivace in veste di divinità guaritrici[8].

Il fondovalle di Deir el-Bahari era diviso fra il tempio di Mentuhotep e quello di Hatshepsut. Ma, nel poco spazio che era restato libero fra i due, volle inserire un suo monumento Thutmosis III, il coreggente e successore della regina-faraone[9]. Distrutto alla fine della XX dinastia da una frana di roccia e dal collasso del terrapieno artificiale su cui in parte si appoggiava, quindi saccheggiato da cavapietre, era scomparso all’indagine archeologica. I resti della rampa che vi conduceva, scoperti già nel 1903 da Edouard Naville e che per un centinaio di metri superano i venti metri di dislivello, erano stati attribuiti a Mentuhotep o ad altri ipotetici edifici; fu solo nel 1962 che la missione polacca che restaurava Deir el-Bahari, ha scoperto e capito i pochi resti che lo testimoniavano e ne ha potuto identificare la storia attraverso testi documentari che lo ricordano[10].

Questo addensarsi di templi al fondo dell’Asasif ha la sua ragione proprio nella sua qualità di luogo sacro. Qui si dirigeva annualmente la barca sacra che portava in pellegrinaggio nell’Occidente il dio tebano, perché visitasse la necropoli durante la “bella festa della valle“[11], evento unico nell’abito delle feste nazionali egiziane. I testi dicono che si trattava di giornate di musica e balli, quando la gente, ricca e povera, faceva visita agli antenati nei cimiteri locali, bevendo, cantando, e banchettando. La festa celebrava la continuità tra questa e l’altra vita, tra la generazione attuale e gli antenati[12]. A causa di questo affollamento gli altri templi regali non avevano più posto a Deir el-Bahari e, collocati nella pianura, non hanno potuto più sfruttare il dislivello della costa pedemontana per la ostentata sovrapposizione di colonnati. Di tutta questa serie di templi, quasi tutti identificati sul terreno, solo di tre sono rimaste cospicue e riconoscibili strutture.

— CONTINUA! —

 

Daniele Mancini

Note e per un approfondimento bibliografico:

[1] WEEKS-BRYAN, 2001, p. 54

[2] BONGIOANNI, A., Luxor e la Valle dei Re, VERCELLI, 2005, pp. 127-130

[3] DONADONI, S., Tebe, MILANO, 1999, pp. 146-148

[4] BRYAN, B. M.,  Temple of Hatshepsut, in WEEKS, K. R., (a cura di), La Valle dei Re. Le Tombe e i Templi funerari di Tebe Ovest, VERCELLI, 2001, p. 56

[5] PETRIE, SIR W. F., A History of Egypt, LONDRA, 1924, p. 223

[6] BONGIOANNI, 2005, pp. 132-135

[7] DONADONI, 1999, pp. 149-156

[8] BONGIOANNI, 2005, pp. 136-138

[9] DONADONI, 1999, p. 157

[10] DONADONI, 1999, pp. 158-159

[11] WEEKS-BRYAN, 2001, pp. 57-58

[12] WEEKS, K. R., (a cura di), La Valle dei Re. Le Tombe e i Templi funerari di Tebe Ovest, VERCELLI, 2001, pp.26-28

 

 

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