ALLA SCOPERTA DI TEBE: DEIR EL-MEDINA

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Continua la ricerca alla scoperta di Tebe. Ho il piacere di scrivere di Deir el-Medina. Buona lettura.


Quando Amenhotep III costruiva Malqata, già da alcune generazioni aveva prosperato un altro organico centro abitativo; anzi, il più vitale centro abitativo di tutta la regione: Deir el-Medina. Annidato in una piccola valle tra i contrafforti della montagna tebana e la collina di Gurnet Murrai, il villaggio di Deir el-Medina deve il nome odierno a un piccolo monastero sorto non lontano dal tempio tolemaico consacrato ad Hathor-Maat[1].

Villaggio di Deir el Medina - Foto Daniele Mancini
Villaggio di Deir el Medina – Foto Daniele Mancini

II luogo era ben noto ai primi cacciatori di antichità che vi avevano a disposizione una densa necropoli; ma è stato solo all’ini­zio di questo secolo che una missione italiana diretta da Ernesto Schiaparelli vi iniziò scavi regolari, nel 1906. I frutti di quegli scavi arricchiscono oggi il Museo Egizio di Torino e provengono in genere dalla necropoli. Pochi anni dopo, nel 1913, vi lavorarono i tedeschi fino allo scoppio della guerra, dopo la quale, nel 1918 e poi nel 1922, i francesi[2].

Ma la grande epoca per gli scavi e i lavori di pubblicazione dei risultati ebbe inizio nel 1927 a opera di Bernard Bruyere che vi ha metodicamente operato per più di un ventennio, portando l’interesse non solo alle tombe ma anche alle abitazioni, scoperte sotto cumuli di sabbia. Si conosce così l’aspetto e la storia di un insediamento in tutta la sua organicità, che ha arricchito in modo radicale la nostra conoscenza della civiltà egiziana per tutti i secoli durante i quali è stato abitato[3].

La caratteristica e la funzione di questo centro lo apparentano con altri noti in altre parti dell’Egitto: è l’accampamento in cui si sono ospitati operai addetti a grandi opere collettive. Ma Deir el-Medina ha avuto vita e vicende assai più durature e ha lasciato una documentazione molto più consistente. Con gli altri villaggi operai, Deir el-Medina ha in comune le caratteristiche di base: è il luogo di raccolta di un personale che deve essere facilmente riunito e controllato, che deve avere possibilità di vita sufficientemente comoda, che ha come compito un lavoro comune e che è composto di artigiani e operai invece che di contadini. Si tratta del personale addetto alla preparazione delle tombe regali, che le scava e ne esegue la decorazione.

Operai a lavoro per la preparazione di una tomba

Personale scelto, in certo modo una “aristocrazia operaia”, con un altissimo livello di alfabetizzazione e organizzato attorno a un nucleo di specializzati, cui si aggiunge un personale di servizio. Il villaggio è stato abitato ed efficiente per tutto il periodo fra la XVIII e la XX dinastia.[4] Quando la valle dei Re è stata abbandonata, anche il villaggio è andato deserto e gli abitanti si sono trasferiti nell’ambito della vicina Medinet Habu; da allora, salvo una ripresa di vita in età tolemaica, non è più stato popolato. Ne è rimasta una documentazione rara per abbondanza e precisione: papiri e ostraka documentari, esercizi scolastici, schizzi di artisti, oggetti di uso quotidiano sono restati a dare anima ai resti, anch’essi fondamentalmente integri, delle costruzioni[5].

Il nucleo di operai ha oscillato fra i quaranta e i centoventi, divisi in due squadra “di destra” e “di sinistra“, ognuna sotto la responsabilità di un capo operaio, ai quali si aggiungono gli scribi dell’amministrazione e i pittori. A complemento c’era un piccolo nucleo di polizia e poi asinai, acquaioli, pescatori, lavandai e così via.

Lo scavo ha messo in evidenza i vari momenti della costruzione del complesso: un trapezio definito da una muraglia in mattoni crudi, alta sei o sette metri, stampigliati col nome di Thutmosis I, identificava un primo gruppo di venti case, tutte uguali come pianta e allineate ai lati da una via centrale che congiungeva le due porte di accesso al complesso. E’ evidente che una simile struttura urbanistica è determinata dalle esigenze poste da un campo di lavoro, anche se di modeste dimensioni[6].

Attorno a questo nucleo si stendono zone di discarica, preziose per quel che hanno potuto dare i documenti di vita; su queste discariche si è ampliato un villaggio, innestando un altro settore di abitazioni simili a quelle esistenti. I mattoni con impronte del cartiglio di Thutmosis III datano alla sua epoca questo ampliamento che ha una ripresa di vitalità e si amplia con un nuovo quartiere e si moltiplicano le costruzioni al di fuori del nucleo centrale. Un censimento della XX dinastia, che ci è pervenuto su un papiro, indica un totale di centoventi focolari e una popolazione che può essere valutata a milleduecento persone circa[7].

La tipologia abitativa ricorrente presenta muri con fondazioni e parte bassa dell’alzato in pietra la cui base è larga circa due metri e mezzo e per il resto in mattoni crudi. I moduli abitativi prevedevano edifici alti fra i tre e i cinque metri, quindi a più piani, culminanti in un terrazzo abitabile ed utilizzato, spesso, come passaggio alternativo  tra abitazioni limitrofe. Erano imbiancate, fornite di cantine e si articolavano in un ingresso, un po’ più basso del livello stradale, una camera con una colonna di sostegno. Seguiva la camera da letto e, infine, la cucina.

Il complemento di questo singolare villaggio era dato dalle tombe che lo circondavano, in una intimità fra vivi e morti assai più spinta e visibile che altrove in Egitto. Le cappelle connesse con le tombe sono subito all’esterno dei muri del villaggio e sono i luoghi in cui la famiglia si riunisce in determinate occasioni. Ma oltre le tombe, subito fuori della cinta, appoggiata al piede della collina andò moltiplicandosi una serie di piccoli santuari, dove divinità popolari erano più accessibili.

Ne sono stati identificati una trentina e titolari ne erano divinità minori, antenati, sovrani. In particolare Amenhotep I e sua madre Ahmose Nefertari, i sovrani che hanno inaugurato la necropoli tebana e che appaiono oggetto di un diffuso culto[8]. A questi vivi e personalizzati centri di culto popolare si aggiunge e si contrappone anche una struttura templare pubblica e ufficiale. Può darsi che all’inizio della XVIII dinastia un tempio di pianta analoga a quella del piccolo tempio di Medinet Habu, sia stato edificato: ma ne restano solo minime tracce sotto pavimentazioni tarde. Più sicuramente si sono identificati resti di un tempio di Seti I dedicato ad Hathor e di un altro di Ramses II dedicato ad Ammon. I due templi si fronteggiavano e sorgevano presso la parte del villaggio costruita in età ramesside fuori della sua cinta muraria e vi si celebravano le due principali divinità dell’Occidente di Tebe, quelle che erano adorate rispettivamente a Deir el-Bahari e a Medinet Habu[9].

Il tempio tolemaico
Il tempio tolemaico

Con l’abbandono del villaggio alla fine dell’età ramesside, le costruzioni templari, a tutti i livelli, sono cessate ed è solo in età tolemaica che nella regione si trovano di nuovo abitazioni e un rinnovato interesse regio, cui si deve una risistemazione dell’area sacra che ha comportato la distruzione dei templi precedenti e la loro sostituzione con un nuovo e più ampio tempio costruito in pietra.

I testi greci lo chiamano Aphrodisieion e, infatti, il tempio è dedicato ad Hathor, che è appunto Afrodite nella interpretatio graeca. Non è un grande edificio, ma il vistoso muro di cinta del suo temenos, l’unico che sia ancora conservato in tutta la sua altezza, comprende un sistema di edifici minori, in parte più antichi, in parte più recenti, che arrivano fino all’età romana.

Nei pressi, si rinviene una singolare ed enigmatica struttura: una conca scavata nel fondo della valle ha presto sollecitato ipotesi di vario genere e tentativi infruttuosi di scavi più o meno clandestini: si potè stabilire che si era davanti a un pozzo con una imboccatura quadrata di circa venti metri di lato, profondo cinquantadue e il cui fondo mostrava che il lavoro era stato abbandonato prima del compimento. Non è chiaro quale ne sia stato lo scopo: un rifornimento di acqua avrebbe comportato una spesa di lavoro eccessiva, specie se si ricorda come nel villaggio antico arrivasse a dorso d’asino l’acqua sufficiente a riempire i distributori pubblici. Resta l’ipotesi di un tentativo di scavo di un lago sacro per il tempio tolemaico, interrotto per difficoltà naturali e tecniche. Il riempimento del pozzo, che ne sancisce la riconosciuta inutilità, è di epoca tolemaica: ma impiega scarichi più antichi che derivano dal villaggio ramesside[10].

Il misero villaggio che si ripopola in tarda età tolemaica anche in seguito alle ribellioni nazionalistiche, diviene il centro di tutta la regione tebana e tale resta ancora in età romana, sotto il nome di Memnonia[11]. Numerosi papiri ci narrano i casi di questa popolazione, tradizionalmente connessa con l’amministrazione e con lo sfruttamento della necropoli, dei funerali, della mummificazione. La vita è continuata nel centro per lungo tempo ancora e vi sono costruite chiese in età copta sopra i templi stessi. Solo all’VIII-IX d.C. secolo cessa la documentazione archeologica[12].

 

Daniele Mancini

Per un approfondimento bibliografico:

[1] WEEKS, K. R., (a cura di), La Valle dei Re. Le Tombe e i Templi funerari di Tebe Ovest, VERCELLI, 2001, p. 327

[2] SCHIAPARELLI, E., Relazione sui lavori della Missione archeologica italiana in Egitto. Anni 1903-1920. Esplorazione della Valle delle Regine nella Necropoli di Tebe, TORINO, 1924, pp. 114-135

[3] DONADONI, S., Tebe, MILANO, 1999, p. 190

[4] CERNY, J., A Community of Workmen at Thebes in the Ramesside Period, II CAIRO, 1973, pp. 58-63

[5] WEEKS, 2001, p. 328

[6] REEVES, N., WILKINSON, R.H., The Complete Valley of the Kings, LONDRA, 1996, pp. 22-23

[7] DONADONI, 1999, pp. 191-192

[8] CERNY, 1973, pp. 72-89

[9] DONADONI, 1999, p. 193

[10] DONADONI, 1999, pp. 196-197

[11] DONADONI, 1999, p. 198

[12] SILIOTTI, A., La Valle dei Re, VECELLI, 2004, p. 131

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