ALLA SCOPERTA DI TEBE: KARNAK – seconda parte

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Proseguiamo la nostra rassegna alla scoperta del Tempio di Karnak. Buona lettura.

All’esterno del muro orientale dell’Akh-menu, appoggiato al suo centro, c’è ancora una altro curioso e unico monumento: una cappella che conteneva un unico obelisco, costruita a sostituzione di un precedente monumento fatto erigere, a sua volta, dalla regina Hatshepsut.

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Karnak e il Nilo

Il nuovo santuario, il Santuario orientale, è caratterizzato da un grande naos monolitico di alabastro, con attorno due camerette con scena di offerta, davanti alle quali si levava l’obelisco di cui sopra. Ma l’obelisco fu eretto solo durante il regno di Thutmosis IV che lo collocò là dove lo aveva immaginato il suo avo. L’obelisco, ora, è a Roma, a San Giovanni in Laterano: vi fu portato nel 357 dal figlio di Costantino, Costanzo II, dopo che il padre lo aveva fatto trasportare ad Alessandria per imbarcarlo. Del barbaro scempio che fu compiuto nelle architetture di Karnak quando l’obelisco fu trascinato via dalla sua sede originaria, restano ancora evidenti le tracce nelle distruzioni e nelle costruzioni[1].

Anteriormente a questo edificio, come abbiamo visto nella prima parte di Alla Scoperta di Tebe: Karnak, Thutmosis III e Thutmosis IV hanno fatto erigere i Piloni IV e III dell’intero complesso. Nelle regole del Tempio di Karnak, un nuovo pilone doveva sorpassare in altezza e in mole quello al quale è anteposto: e così questo III era più alto e più corposo del IV, allineando ben quattro pennoni sulla facciata dei suoi due torrioni. Davanti, a giudicare da una rappresentazione contemporanea del monumento raffigurata nella tomba dell’alto funzionario dell’amministrazione templare, Neferhotep (TT49, Valle dei Notabili), si trovava una piscina rettangolare circondata da un parco, connessa con il Nilo per via di un canale.

Nella prima parte abbiamo solo parzialmente accennato al complesso più suggestivo del tempio, la zona davanti al III pilone, la Sala Ipostila,  quella  che intimidisce il visitatore fin da quando nel 1589 un Anonimo Veneziano vi passò davanti ammirandola. Fu realizzata su una superficie di quasi seimila metri quadri, con un gran numero di colonne papiriformi alte venti metri ai cui due lati sono ancora poste sette file di colonne e pilastri alti tredici metri. Come sia nata questa colossale struttura è assai discusso: certo è che al III pilone fu appoggiato un avancorpo da parte del figlio del re costruttore, Amenhotep IV, prima che mutasse di nome e di atteggiamento rispetto al dio dinastico[2].

Horemheb, in seguito, conduce alla realizzazione di un nuovo pilone, il II, impiegando materiali di recupero dalle strutture realizzate da Amenhotep IV, caduto nella damnatio mamoriae. Se le colonne che per la XVIII dinastia erano state solo dei sostegni, dei mazzi di fusti di papiro che sottolineavano la verticalità della loro funzione,  a cavallo della XIX dinastia sono diventate quasi rigidi cilindri che possono coprirsi di decorazioni figurative e di testi, rubando quella funzione riservata alle superfici piane delle pareti. Il visitatore si trova così immerso in una sorta di labirinto fra una colonna e l’altra, fra pareti sfuggenti e accostate fra loro, con l’incombere dei soffitti pensili: è un modo diverso di accogliere chi si avventurava nella regione del sacro ricordandogli quanto essa disti dal quotidiano.

Il tratto della navata centrale con colonnato più ampio, mette in evidenza, nell’asse del tempio est – ovest, la funzione di passaggio verso il santuario. Ma nel tratto perpendicolare nord – sud, oltre a mettere in evidenza due ingressi laterali, oltre a rendere un sacro parallelismo con l’Akh-menu, è indicato con chiarezza e con l’ausilio delle decorazioni, un rito sacro destinato al culto regale[3].

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Staue Osiriache dietro l’Akh-menu con una strana presenza…

L’esame minuto delle caratteristiche architettoniche e dei vari momenti della decorazione permette di seguire e tracciare la lunga storia del monumento. Ma oltre le aggiunte e le mutazioni, vanno tenute presenti anche le catastrofi che esso ha dovuto affrontare: incendi, allagamenti dovuti all’innalzarsi della falda freatica, rovinosi crolli. Fu così istituita quella Direzione dei Lavori di Karnak che dal 1900 ne iniziò l’opera di ricostruzione. È stato allora che si è constatato il continuo impiego di materiali di recupero nelle costruzioni, che andavano modificando, regno dopo regno l’aspetto di Karnak: il recupero di blocchi decorati reimpiegati in costruzioni più tarde divenne da allora una delle caratteristiche del lavoro archeologico a Karnak[4].

L’accesso al tempio era costituito da un lungo viale davanti alla porta, fiancheggiato da centoventi sfingi a testa di ariete, l’animale sacro al dio Ammon, forse anch’esse di recupero da un dromos di Amenhotep III. I lavori di restauro del torrione settentrionale del II pilone, intrapresi da Henry Chevrier nel 1952, hanno fatto scoprire – ridotta in pezzi, ma praticamente completa -una statua colossale di granito rosa nascosta sotto i blocchi caduti dall’alto della costruzione. Ricostruita, mostra un sovrano stante, alto undici metri, in costume Osiriaco con in capo la doppia corona del nord e del sud, e una figura femminile di assai minori proporzioni che si appoggia alle sue gambe, identificato con un re della XX dinastia. Questo corredo di elementi statuari ad arricchimento della struttura architettonica, nonché la definizione di un punto preciso di osservazione del complesso determinato dall’inizio del dromos delle sfingi, sono certo elementi di un gusto scenografico che si trova testimoniato anche altrove per l’età ramesside [5].

L’ampio spazio davanti al tempio dall’impianto di costruzioni è tipico proprio per del proiettarsi  verso l’esterno della vita rituale del santuario. Sono, inoltre, presenti dei punti di sosta attrezzati nei quali si arrestavano i portatori delle immagini divine quando esse uscivano in processione, nascoste in tabernacoli situati su modelli di barca, muovendo per un percorso ben definito fino alla meta finale – un altro tempio -, determinando delle vie processionali nelle quali, durante le occasioni festive, si formava e si manifestava la socialità cittadina. In generale, la funzione propria dell’agorà della città greca sia assunta in Egitto dal dromos, la via che porta al tempio che, percorsa dal dio nelle sue manifestazioni pubbliche, riunisce in una comunione di interessi e di sentimenti tutta la popolazione, e organizza, insieme, la topografia urbana[6].

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Karnak, dall’alto, in tutto il suo attuale splendore!

Con la fine dell’ultimo dei Ramessidi della XX dinastia, l’Egitto perde la sua compatta unità e Tebe e la sua regione assumono una sempre più marcata autonomia sotto la guida del sommo sacerdote. Quando, con l’avvento di una nuova dinastia di origine militare che porta al trono mercenari libici, alla carica di sommo sacerdote sono designati membri della famiglia reale. Si riprendono così in certo modo i contatti con la regalità e anche a Karnak molti restauri e complementi, testimoniano questa ripresa. In questo spirito si affronta ancora una volta il tema di una sistemazione dello spazio davanti all’ingresso. Si ricorda come ogni volta in tali spazi sia stato previsto o attuato un portico e come ogni volta tale struttura sia stata compromessa dall’attività edilizia successiva[7].

Quale che sia la soluzione di questo problema, l’occupazione della zona centrale del cortile ha comportato di necessità lo spostamento della fila di sfingi criocefale che ne costituiva la caratterizzazione precedente. Un deposito di tali sfingi è ora ammassato davanti alle colonne della parte settentrionale del Portico libico, dove esse erano state accantonate in vista di un qualche reimpiego che non ha avuto luogo. Della risistemazione libica dell’accesso al tempio non c’è ora più traccia riconoscibile poiché proprio l’ultimo faraone indigeno, Nectanebo, volle manifestare la sua devozione ad Ammon e il suo interesse per Tebe con una vasta operazione di definizione del temenos del tempio che comportò la costruzione di un nuovo pilone, più grandioso di tutti i precedenti, che è quello che costituisce ancora oggi l’ingresso all’insieme templare[8].

La facciata misura cento e tredici metri di larghezza, per uno spessore di quindici metri alla base, e comprendeva due torrioni laterali fra i quali era un portale largo diciassette metri e alto ventisette metri e mezzo. Una porta di tali dimensioni non avrebbe mai potuto essere manovrata: così, nel riquadro di questa, ne era collocata una più piccola, di circa undici metri di altezza e sette di larghezza, i cui battenti erano in qualche modo utilizzabili.

Questa porta è stata compiuta anche se non decorata. I due torrioni laterali, invece, non sono mai stati portati a termine e sono restati coperti fino al 1940 da cumuli di mattoni crudi che sono per gli archeologi la preziosa testimonianza del modo in cui venivano costruiti i monumenti egiziani. La scarsità del legname ha, infatti, escluso la possibilità di erigere impalcature di grani dimensioni, e si impiegavano così rampe di mattoni, la cui altezza andava crescendo secondo i bisogni della costruzione, e che venivano infine distrutte a lavoro terminato[9].

 

Daniele Mancini

 

Note e per un approfondimento bibliografico:

[1] DONADONI, S., Tebe, MILANO, 1999, pp. 28-30

[2] SILIOTTI, A., La Valle dei Re, VECELLI, 2004, p. 122

[3] GARDINER, Sir A., Egypt of the Pharaohs, OXFORD, 1961, p. 10

[4] DONADONI, 1999, pp. 31-40

[5] GARDINER, 1952, p. 15

[21] DONADONI, 1999, pp. 41-42

[6] SILIOTTI, 2004, p. 132

[7] DONADONI, 1999, pp. 44-48

[8] GARDINER, 1952, p. 21

 

ROCCATI, A., (a cura di), Egittologia, ROMA 2005

SILIOTTI, A., Egitto Templi Uomini e Dei, VERCELLI, 2005

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