ALLA SCOPERTA DI TEBE: KARNAK – prima parte

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In Alla Scoperta di Tebe Est e Tebe Ovest abbiamo affrontato, in modo generale, la dualità dell’antica Tebe. Il primo capitolo del nostro percorso più puntale abbraccerà il Complesso Templare di Karnak  e i suoi rimaneggiamenti millenari. Buona lettura!

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Karnak, Sala Ipostila

La folla di edifici sacri è in gran parte racchiusa entro un immenso comprensorio, chiaramente identificato da un muro di cinta che lo isola dal mondo profano: è, appunto, Karnak, un termine arabo che significa “borgo fortificato”, ricordandone l’ultimo destino e che sostituisce il vecchio nome egiziano di Ipet-sut, “Quella che conta le sedi”, prima riservato alla parte centrale dell’insieme, e poi esteso alla sua totalità [1].

Il muro di cinta attuale chiude un quadrilatero abbastanza regolare di circa quattrocentottanta metri per cinquecentocinquanta, ed è attraversato da otto porte, una a nord, due a sud e a est, tre a ovest. La porta principale ovest da ingresso al tempio e coincide con quella del I portale – o come si dice con parola greca, “pilone“. Tali piloni constano tipicamente di un portale monumentale inquadrato da due alti torrioni, assai spesso ornati da un certo numero di bandiere, le cui aste erano albergate in apposite scanalature della facciata.

Dietro il I pilone vi è un cortile molto ampio in cui sono collocati due edifici templari: l’uno a nord che è un santuario di sosta della barca sacra, l’altro a sud, che è un vero e proprio tempio fornito di tutte le strutture tradizionali. I due edifici risalgono l’uno a Ramses III l’altro a Seti II e ambedue si trovavano originariamente al di fuori del tempio principale, al quale, all’epoca in cui essi furono costruiti, si accedeva da un altro pilone, il II. Davanti a questo vi dei sono resti, con colonne alte ventuno metri, del cosiddetto Chiosco di Taharqa, elevato durante la XXV dinastia etiopica [2]. Accanto al tempio di Ramses III e lungo il muro nord si colloca un portico che data dall’età della XXII-XXIII dinastia. Dietro il II pilone è la grande sala ipostila.

L’ipostila è tipicamente l’ambiente a colonne situato fra il cortile, aperto al pubblico e il sacrario, con le eventuali sacrestie, in cui è albergato il dio: il sancta sanctorum, una cameretta piccola e oscura, accessibile solo ai sacerdoti di più alto rango e iniziati. L’ipostila è collocata in realtà fra due piloni, il II e il III e costituisce così solo un ampliamento del tempio vero e proprio, che comincia con il IV pilone, dietro al quale è una piccola ipostila, quasi un vestibolo, quindi un V e un VI pilone, estremamente ravvicinati fra loro a causa di rifacimenti molteplici [3].

Segue un cortile o peristilio da cui varie porte danno accesso a vari elementi strutturali connessi con il rito: una serie di stanze in cui sono figurate le offerte presentate ai padri del re fondatore – i re che lo avevano preceduto sul trono dell’Alto e Basso Egitto. Una seconda porta dava sul magazzino dell’incenso, un’altra portava ai vasi di purificazione. Dietro le camere è l’altare, ancora in situ anche se mal conservato. Al centro di questi vani è una sala più grande, in cui era il santuario di granito rosa e vi si conservava la barca di Ammon con l’immagine del dio da portare in processione.

Là davanti dovevano trovarsi i due obelischi originariamente realizzati in elettro chiaro, predati dal re assiro Assurbani-pal nella sua scorreria fino a Tebe del 656 a.C. [4]. A seguire, un ampio spiazzo nel quale sono stati individuati pochi resti architettonici ma sufficienti ad indicare che qui doveva sorgere un tempio più antico. Alcuni riscontri suggeriscono un’età all’inizio del secondo millennio a.C., durante il regno di Sesostri I. Dell’edificio non resta praticamente nulla a causa dell’utilizzo del calcare per edificarlo anziché dell’arenaria tipica per l’età più tarda: sarà stato una vera e propria cava di materiale dopo l’abbandono del santuario. Non si può non sottolineare, quindi, che questo “cortile del Medio Regno“, come viene designato correntemente, sia insieme l’embrione di tutto il complesso di Karnak, che sia un punto di arrivo della lunga serie di piloni, cortili, colonnati, anticamere, magazzini, portali che sottolineano l’importanza originaria del sacello.

Il tempio di Ammone a Karnak quale apparve alla spedizione napoleonica del 1789 (dalla Description de l'Égypte)
Il tempio di Ammone a Karnak quale apparve alla spedizione napoleonica del 1789 (dalla Description de l’Égypte)

Indipendente, ma certo connesso con la grandiosa struttura del tempio di Ammon, è un edificio che sorge a est del “cortile del Regno Medio” e perciò alle spalle di quello che era originariamente il vero e proprio sacrario. E’ una costruzione di assai singolare carattere che si usa designare con vari nomi a seconda di quale sia l’uso al quale si immagini che fosse consacrato: sala delle Feste, tempio del Giubileo, tempio della Rigenerazione o, con il suo nome egiziano, Akh-menu, che è già una antica abbreviazione del nome completo: Men-kheper-Ra-akh-menu, “Menkheperra (e cioè Thutmosis III, il re che ne è il costruttore) è splendido di monumenti”.

Oltre che questo organico insieme di costruzioni, Karnak annovera altri monumenti che in un certo modo gli sono connessi. Sul lato sud, un sistema di uscite completo di piloni (il VII e l’VIII), organizza la connessione con un grosso tempio dedicato a Khonsu, il dio figlio della triade tebana. Nel settore settentrionale della zona limitata dal muro di cinta, alcuni santuari minori celebrano divinità che hanno altrove il centro più importante del loro culto, sono Ptah Osiride. Ancora a nord, un particolare peso ha il tempio del più antico dio locale, Montu, che appoggia un suo temenos al muro di cinta di Ammon [5].

In generale tutti i momenti culminanti della storia egiziana si sono rispecchiati in questo che è stato un vero e proprio santuario nazionale, in cui sono andate sedimentandosi costruzioni, modifiche, distruzioni volontarie e non, ampliamenti e mutamenti di uso in un intricato svilupparsi di edifici che riempiono i suoi circa duemila e cinquecento ettari di superficie. Anche quando il centro politico si è spostato in altre sedi e anche quando la necropoli regale tebana è stata abbandonata come ultima dimora dei sovrani, ogni potere ha cercato di affermare e ostentare la propria legittimità partecipando alla infinita opera della sua costruzione: così hanno fatto i sovrani dell’età ramesside, quelli bubastiti, i cusciti, i sovrani ribelli ai persiani, fino alla grandiosa ristrutturazione di Nectanebo e poi i re tolemaici, che pure ebbero a Tebe un centro di opposizione nazionalistica [6].

 

Con una certa approssimazione, è comunque possibile dividere l’insieme in due grandi settori. Il primo è quello che nasce intorno al nucleo primitivo del santuario e che va potenziandone e rinnovandone di continuo le immediate vicinanze; il secondo è quello che insiste soprattutto sulla volontà di magnificare il percorso di accesso al primo [7]. Si viene così a costituire quella dicotomia che distingue la parte privata e interna dell’abitazione e una parte di ricevimento e di apparato. Ognuna di queste due parti è a sua volta suddivisa in diversi livelli di pubblicità: il cortile e l’ipostila per il primo, e per il secondo il sacrario e la fitta serie dei servizi e delle sacrestie. Verificando la pianta del complesso, si vedrà che la cesura tra le due parti è fra il III e il IV pilone, dove si innesta anche quell’asse secondario che, attraverso il VII, VIII, IX e X pilone con i relativi cortili, collega il tempio di Ammon a quello del figlio Khonsu e della sposa Mut ad Asheru [8].

Tempio di Karnak, I pilone
Tempio di Karnak, I pilone

Oltre che delle divinità il complesso si occupa anche del re, anzi, della regalità. Ed è in questo spirito che una serie di cappelle doveva contenere statue di sovrani, rappresentati anche dai rilievi dei muri insieme con i sacerdoti che portano offerte. Questa parte intima del santuario, dove ci si purifica, dove si preparano le offerte, dove si imbarca il dio per le sue epifanie, dove si allea la funzione regale con la protezione divina, ha una assai complessa e sofferta realizzazione architettonica in cui ogni faraone ha dato il suo contributo più o meno positivo.

E’ lungo l’elenco di aggiustamenti, spesso minimi, ma preziosi per ricostruire momenti del culto e cambiamento di interessi. E molti fatti architettonici sono accompagnati dai nomi di successivi sovrani che vi ci sono impegnati e che a volte hanno solo approfittato di spazi lasciati liberi dai predecessori per iscrivere i loro nomi (dai ramessidi, ai sovrani libici, a quelli cusciti, ai greci ed ai Tolomei) [10]Tra queste innovazioni, le trasformazioni imposte al tempio da Thutmosis III non si limitano però a semplici rifacimenti: quello che abbiamo chiamato col nome datogli dal fondatore Akh-menu è una struttura del tutto inusuale, che si stacca dal resto dei santuari e dal gioco degli assi principali.

L’Akh-menu è edificato su un inconsueto asse nord-sud, che però là dove incrocia quello est-ovest del tempio maggiore, mostra nella planimetria di saperne tenere conto. L’accesso era fiancheggiato da due statue colossali di Thutmosis III in abito osiriaco, una forma che è stata connessa specificamente con il culto regale e in particolare con il giubileo del re stesso [11]. L’ingresso si apre su un modesto vestibolo che da a sua volta adito a una serie di nove camere destinate a contenere e a consacrare le offerte. Di fronte, si erge una struttura destinata a un illustre futuro: è, in effetti, il più antico esempio di struttura basilicale, con uno sviluppo di circa quaranta metri delle sue cinque navate, due da ogni parte di quella centrale, soprelevata. L’invenzione di una nuova forma architettonica ha certo una volontà di significato, come il fatto che la navata centrale abbia a sostegno colonne di un modello che non si trova altrove in Egitto e che trasferisce in pietra i tradizionali picchetti lignei di sostegno alle tende e alle costruzioni leggere. In stanze attigue sono visibili rappresentazioni e testi tra cui la famosa lista dei re, un elenco di sovrani in successione, uno dei capisaldi della cronologia e della storia egiziana; esso è stato portato al Museo del Louvre nel 1843 da Emile Prisse d’Avennes ed è oggi sostituito in loco da una copia. [12].

Questo sacrario, per la sua posizione al fondo di tutta la costruzione di Karnak e la sua sistemazione centrale, fornisce l’impressione di costituirne quasi una conclusione rituale nel percorso sacro. Ma nella sintassi più ampia del tempio, esso ha solo la funzione di dividere due altri complessi, l’uno a sud, l’altro a nord, il primo dedicato a Sokar, il secondo ad Ammon [13]. Questi due santuari sono chiaramente complementari, posti in parallelismo ai due lati di quello che si presenta come lo haikal, il “Santissimo”, e dedicati a due divinità molto discordanti: Sokar è un dio a connotazioni ctonie e funerarie, Ammon è solare e generatore, ma certo tutti e due sono legati a una funzione di garanzia e di protezione della regalità.

L’Akh-menu costituisce, dunque, l’incremento più importante e significativo dato da un faraone al santuario di Karnak, modificandone profondamente le parti esistenti. Secondo il Gardiner, esso rappresenta un ringraziamento al dio Ammon [14]. Altri vi hanno visto degli specifici ringraziamenti, offerte per le feste del giubileo o per gli antenati regali. Se si confrontano i pesanti interventi di Thutmosis III nel santuario con la struttura dell’Akh-menu, è facile osservare che derivano prevalentemente da esigenze rituali, essendo un luogo che prevede solo una frequentazione di iniziati [14].

 

Daniele Mancini

 

Note e per un approfondimento bibliografico:

[1] WEEKS, K. R., (a cura di), La Valle dei Re. Le Tombe e i Templi funerari di Tebe Ovest, VERCELLI, 2001, p.24

[2] BONGIOANNI, A., Luxor e la Valle dei Re, VERCELLI, 2005, pp. 102-103

[3] BONGIOANNI, 2005, pp. 105-108

[4] DONADONI, S., Tebe, MILANO, 1999, p. 18

[5] DONADONI, 1999, p. 19

[6] SILIOTTI, A., La Valle dei Re, VECELLI, 2004, p. 105

[7] BONGIOANNI, 2005, p. 110

[8] DONADONI, 1999, p. 20

[9] DONADONI, 1999, pp. 21-23.

[10] BONGIOANNI, 2005, p. 118

[11] DONADONI, 1999, pp. 24-27

[12] SILIOTTI, 2004, p. 120

[13] GARDINER, Sir A., Egypt of the Pharaohs, OXFORD, 1961, p. 7

[14] BONGIOANNI, 2005, p. 121

 

ROCCATI, A., (a cura di), Egittologia, ROMA 2005

SILIOTTI, A., Egitto Templi Uomini e Dei, VERCELLI, 2005

 

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